Poliochni

Sulla costa Sud-Est dell’isola, sopra una bassa collina che domina l’ampia baia di Vròskopos, si trova l’insediamento preistorico di Poliochni. Lo scavo, iniziato nell’estate del 1930, ha messo in luce circa i tre quinti della presumibile area totale dell’abitato della Prima Età del Bronzo, nato a cavallo tra il IV e il III millennio a.C., e ne ha seguito il complesso sviluppo architettonico e culturale attraverso più fasi (indicate dagli scavatori con differenti colori), che coprono senza interruzioni tutto il III millennio a.C.; tracce meno consistenti indicano una frequentazione, sporadica, anche nel corso del II millennio a.C.

Le scoperte riguardanti le più importanti strutture architettoniche avvengono nel 1934, l’anno precedente era stata scoperta la porta urbica, quando viene messo in luce un tratto di quella che venne ritenuta la fortificazione dell’insediamento; viene individuato e scavato il cosiddetto bouleuterion e iniziato lo scavo del grande vano, contrapposto al bouleuterion e altrettanto impressionante, che è passato nella bibliografia come il “granaio” della città.

Rapidamente questa è la sequenza di Poliochni: l’insediamento più antico costituito da ben 16 livelli di capanne circolari è stato demoninato Periodo Nero (ca. 3500-3100 a.C.); al di sopra si estendeva un vasto abitato con case a pianta rettangolare, il cosiddetto Periodo Azzurro (ca. 3000-2800 a.C.); a questo ultimo seguivano altri due periodi rispettivamente denominati Verde (ca. 2700-2500 a.C.) e Rosso (ca. 2400-2300 a.C.); la fase dell’abitato architettonicamente meglio conosciuta e visibile per una grande estensione è quella del Periodo Giallo (ca. 2200-2000 a.C.); Periodo Bruno (ca. 1900-1600 a.C.) e Periodo Viola (ca. 1500-1200 a.C.).

Non numerosi sembrano essere i misteri ancora conservati dalla collina di Poliochni e che rimangono da svelare: uno su tutti la necropoli che da sempre sfugge all’assidua ricerca per rimanere ancor oggi l’irraggiungibile oggetto dei desideri di tutti gli archeologi poliochniti.

Chloi

 

Il santuario dei Cabiri, il cui culto misterico è ricordato da varie fonti antiche a partire dal V secolo a.C., situato su un promontorio della costa settentrionale di Lemno di fronte a Samotracia, è a breve distanza dall’imboccatura del porto di Hephaestia, città dalla quale era amministrato. Subito identificato grazie a esplicite testimonianze epigrafiche, fu esplorato a partire dal 1939.

Gli edifici del santuario extra moenia della città di Hephaestia sono disposti su due piccoli terrazzamenti, ritagliati sul fianco di una collina a dirupo sul mare (che costituisce il promontorio di Chloi) ed erano sorretti da potenti muri di terrazzamento e protetti da un muro che correva sull'alto della collina.

Sono stati messi in luce: sulla terrazza settentrionale, un grande edificio (Telesterion), costruito attorno al 200 a.C., articolato in quattro settori: la stoà, un largo spazio centrale, un corridoio rialzato a tribuna e una serie di quattro ambienti (gli adyta?) sul fondo. L’edificio ebbe una lunga vita fino ad una distruzione avvenuta tra il II e il III secolo d.C. Sulla terrazza meridionale è stata scavata per esteso la cosiddetta Basilica, la cui pianta replicava in dimensioni minori il grande Telesterion ellenistico e che per i ritrovamenti effettuati è datata al III secolo d.C. e identificata come l’ultimo Telesterion. Al di sotto di questo impianto di età tardoromana sono state individuate delle strutture murarie a cui aderiva una specie di banchina formata da una serie di larghi mattoni disposti su due filari sovrapposti. La presenza di questi mattoni, di cui molti esemplari identici erano stati trovati anche nel santuario di Hephaestia, ha permesso di datare questi muri al VII secolo a.C e di identificare la struttura come Telesterion arcaico.

Priniàs

Alle pendici dell’Ida, Priniàs, posta su una spianata di forma irregolarmente triangolare circondata da scoscesi dirupi, chiamata dai locali Patela, si trova nel punto di confluenza delle due vallate che mettono in comunicazione la costa settentrionale di Creta con quella meridionale, che dà sul Mar Libico, a circa 2 km dall’abitato moderno. Il sito, già abitato in età post-palaziale (XIII se. a.C.), in età greca è da identificarsi, verosimilmente, con la città di Rhizenia o Rhittenia, che le fonti epigrafiche pongono nel territorio di Gortyna al confine con quello di Cnosso.

Il posto fu visitato per la prima volta nel 1894 da Federico Halbherr, che vi ritornò più volte negli anni successivi. A questi primi sopralluoghi, in cui fu recuperato un notevole materiale di età arcaica, partecipò anche Antonio Taramelli. Nel 1899 la Missione italiana di Creta ottenne dal governo cretese il permesso di scavo ma dovettero passare alcuni anni prima che i lavori avessero inizio. Solo nell’estate del 1906 Luigi Pernier, lo scavatore di Festòs, a cui era stata affidata dallo Halbherr la direzione degli scavi, affondò il piccone nella terra della Patela.

Il Pernier ricercò prima di tutto le opere di fortificazione, lungo i margini della Patela, che furono identificate solo nei punti meno difesi naturalmente, ad Ovest e a Nord, dove sono attestati avanzi di poderosi muri e resti di opere di difesa. Nelle successive campagne degli anni 1907 e 1908, all’interno della Patela furono eseguiti una settantina di saggi che permisero di individuare numerosi resti di case ma soprattutto quelli di due edifici templari di diverso orientamento, con pronao e cella irregolare. Il tempio A, il più recente, che ha restituito una ricca decorazione scultorea, la quale ancor oggi costituisce uno degli esempi più significativi della scultura greca dell’ultimo quarto del VII secolo a.C., è uno dei più antichi edifici templari della Grecia ed è particolarmente importante per il problema della formazione del tempio greco e degli ordinamenti architettonici.

Gli scavi sulla Patela, ripresi nel 1969 da una Missione dell’Università di Catania diretta da Giovanni Rizza sono a tutt’oggi attivi.

Haghia Triada

Haghia Triada, il sito si trova alle pendici occidentali di una bassa collina che fronteggia la pianura dello Hieropotamos, all’estremità occidentale della Messarà. Individuato nel 1901 dagli Italiani impegnati a Festòs, ne fu subito riconosciuta la primaria importanza, tanto che Halbherr vi condusse una serie di campagne di scavo, fino al 1905, con la collaborazione di Paribeni e di Stefani. A parte una breve ripresa tra il 1910 ed il 1914, regolari campagne di scavo, finalizzate alla conoscenza dell’insediamento e della necropoli, sono intraprese da Vincenzo La Rosa, a partire dal 1977. La storia del sito è complementare a quella della vicina Festòs, da cui dista poco più di 3 km. Il centro venne violentemente distrutto alla fine del periodo neopalaziale e ripopolato nel corso del periodo post-palaziale. Nella stessa fase post-palaziale il sito venne distrutto e subito ricostruito. Abbandonata nella seconda metà del secolo XIII, Haghia Triada rinasce nel XII secolo come sede di un santuario attivo fino agli inizi del VII secolo a.C. e collegato a Festòs. Un’intensa attività, quale sede santuariale, è ricostruibile nel sito anche per l’età ellenistica.

Gortina

L’esordio dell’attività a Creta è rappresentato dall’impresa dell’archegeta Federico Halbherr, che, nel 1884, mise in luce nell’agorà della polis la Grande Iscrizione, un testo in dodici colonne iscritto sulle pareti interne di un edificio pubblico databile ad età classica, in parte reimpiegato nell’Odeum costruito probabilmente in età ellenistica e restaurato dall’imperatore Traiano. L’esplorazione dell’agorà rappresentò così il primo intervento di scavo nella città, con la scoperta, tra l’altro, di un edificio quadrato e delle fondazioni di una stoà, e fu meglio noto solo più tardi grazie alla pubblicazione in un denso saggio di L. Pernier nell’Annuario del 1925.

Iniziava così la ricerca nell’importante città della Creta Meridionale, centro menzionato due volte da Omero, noto alla tradizione letteraria per la presenza dei Dedalidi Skillis e Dipoinos, protagonista di tante delle guerre che avevano sconvolto il mondo cretese nell’età ellenista, ma anche  capitale della provincia di Creta e Cirenaica.

In seguito, l’attività di ricerca proseguì in località Vigle, dove fu scoperto il tempio di Apollo Pizio: il primo a scavare nell’area fu F. Halbherr, negli anni 1885-1887, mettendo in luce l’edificio e le iscrizioni nelle pareti, le une di datazione arcaica, le altre su stele che esponevano trattati interpoleici esposte nel pronao, aggiunto in età ellenistica. Saggi di scavo furono poi effettuati da G. De Sanctis, L. Savignoni, R. Paribeni nel 1889 e da A. M. Colini nel 1939: essi interessarono, fra l’altro, il complesso santuariale, con l’altare, e l’heroon di probabile datazione tardoellenistica, quant’anche il tentativo di studiare i precedenti dell’edificio, come per il Colini che individuò preesistenze minoiche. Tuttavia, le ricerche dell’Halbherr erano mosse dal desiderio di mettere in luce vestigia epigrafiche e dunque con tale spirito esse avevano avuto seguito, sempre in località Vigle, ad occidente rispetto al Pythion, nei campi appartenenti ai fratelli Savridakis e a Gligorakis, con l’esplorazione di una basilica cristiana di Mavropapa, di cui furono, in quella occasione, scavati i muri della navata centrale e qualche anno più tardi, sotto De Sanctis e Savignoni, fu messa in luce l'intera area cultuale, fatta eccezione per gli ambienti di servizio collegati alle navate laterali. Le membrature architettoniche, in reimpiego, dovevano appartenere a più edifici, fra cui una costruzione di datazione classica le cui pareti esterne mostravano testi di varia datazione, con una prevalenza di decreti di prossenia: doveva trattarsi di un edificio sicuramente pubblico, intorno al quale si addensò subito un vivace dibattito: la scoperta nell’area vicina, Mitropolis, dei principali decreti di prossenia, spingeva ad identificare nell’edificio il tempio di Latona, punto di riferimento topografico del quartiere di liberti e stranieri, ipotizzato dall’integrazione di un’epigrafe tardoarcaica (Inscriptiones Creticae, IV. Tituli Gortynii, nr. 78). Più facile fu invece l’identificazione del complesso scavato in località Kopella, a circa 100 metri a N del Pythion, negli anni 1913-1914: laggiù Gasparre Oliverio, dopo il rinvenimento di quattro statue marmoree (Serapide, Iside, Hermes ed una statua iconica femminile) metteva in luce un oikos, che una iscrizione dedicatoria rivelava votato alle divinità egizie.

Intorno al Pythion si era messo in luce un importante quartiere romano, che doveva essere completato dal teatro adiacente al Pythion, quello fantasiosamente descritto da Onorio Belli, quanto anche un competum destinato al culto imperiale, del restauro del quale una bella epigrafe latina ci informa. Non sembra perciò strano che all’inizio del secolo XIX, la ricerca su Gortina si fosse concentrata sulla fase romana della città. Fu quello un momento di grande prestigio della città cretese. Essa, ricompensata della sua fedeltà da Ottaviano, con il titolo di capitale della provincia di Creta e Cirenaica, visse uno sviluppo urbanistico notevole che la portò ad espandersi per chilometri  oltre il Pythion. Una delle linee guida della ricerca fu rappresentata dalle strutture dell’approvvigionamento idrico dell’abitato, e un importante episodio della storia degli scavi è rappresentato dalla scoperta del ninfeo monumentale scavato dal Pernier con l’ausilio dei suoi due allievi Amedeo Maiuri e Goffredo Bendinelli nel 1911, presso il c.d. Pretorio di Gortina. Lo scavo si poneva infatti al margine di un complesso la cui indagine fu iniziata da Luigi Pernier nel  1912 e proseguito dagli anni ‘30 da Antonio Maria Colini, è stato ripreso negli ultimi anni. Esso, ad una più attenta indagine, si è rivelato un grande ginnasio, e  difficilmente sede dell’anthypatos di Creta e Cirenaica: solo successivamente, sotto Eraclio, ad una estremità del complesso si sarebbe impostata una basilica giudiziaria.  I più recenti scavi hanno anche messo in luce uno stadio e un altare  dedicato al culto del theos Hypsistos a  S del c.d. tempio degli Dei Augusti, che chiude ad Est lo scavo del Pretorio.

Importante è stata l’identificazione dell’anfiteatro sotto l’attuale villaggio di Haghii Deka, e dei vari edifici di spettacolo, fra cui si deve ricordare il teatro identificato sulle pendici dell’Acropoli.

La ricerca di fasi precedenti è stata resa difficile dalla natura alluvionale del terreno e dalla sedimentazione millenaria, oltre che ovviamente dalla lunghissima vita dell’abitato. Ciononostante alcune importanti scoperte si devono segnalare. Anzitutto per le fasi preistoriche oltre a qualche resto neolitico in particolare localizzabile presso l’acropoli, si deve ricordare la villa rurale di Kannià, scavata nel 1958 e pubblicata da Doro Levi nel ‘Bollettino d’Arte’: si trattava di una struttura posta poco ad W del moderno centro di Mitropolis e messa in relazione con l’attività agricola. Tuttavia, un capitolo ancora più interessante della storia degli scavi aveva già riguardato l’indagine della fase geometrica.

Più tardi, alla fine degli anni ’30, una perlustrazione della collina di Hagios Iannis rivelava la presenza, fra gli altri, di un ortostate iscritto. Classico esordio di un interesse archeologico, l’evento suscitò un certo interesse, tanto che Margherita Guarducci ne riferì in una nota nell’Annuario della Scuola. Le ricerche sarebbero proseguite solo più tardi, interrotte dalla guerra, fino a mettere in luce sotto la  chiesa di San Giovanni un tempio arcaico scavato nei primi anni cinquanta da una equipe diretta da Doro Levi, e composta da G. Rizza, V. S. M. Scrinari, e W. Johannowsky. Fu allora che si ebbe il rinvenimento dell’importante stipe orientalizzante che rivelò l’importanza della città in quella fase, la ricchezza della produzione, l’importanza del santuario, il suo collegamento con il mondo arcaico e le suggestioni orientali, e prendevano così luce  le ‘tradizioni’ dedaliche, con la memoria di un passaggio di Dedalo a Gortina. Il quadro della città geometrica doveva attendere degli anni: le ricognizioni sui colli di Profitis Ilias ed Armì e nelle zone settentrionali a Charhì Pervoli, rivelavano un quadro assai articolato, con insediamenti dislocati in vari punti del complesso collinare che si volge a Nord di Gortina.

~Per ulteriori approfondimenti e aggiornamenti relativi alle più recenti campagne di scavo consultare i seguenti links:

Festòs

Festos

Il sito di Festòs, identificato dallo Spratt nell’Ottocento e presto divenuto, grazie a Federico Halbherr, il fulcro della ricerca archeologica italiana a Creta. Il sito di Festòs, con la sua vita plurimillenaria, ricopre un posto speciale nella storia delle ricerche italiane nel Mediterraneo. Subito dopo la creazione della Missione Archeologica di Creta (1899) l’inizio degli scavi a Festòs nel 1900 ed, un anno dopo, ad Haghia Triada, costituì l’avvio dell’indagine sistematica di quell’antichissima civiltà, poi denominata minoica, che lo scavo dei due grandi siti della Messarà e, negli stessi anni, di Cnosso, avrebbero largamente contribuito a rivelare. Lo scavo fu diretto da Luigi Pernier con la collaborazione di Enrico Stefani; i risultati di questo primo ciclo, conclusosi nel 1909, sono contenuti nei due volumi del Pernier del 1935 e nel terzo (1935) a cura di Pernier e Banti, uscito nel 1951. Con Doro Levi, dal 1950, comincia un secondo ciclo di scavi sistematici: la ricerca, assai intensa, si protrae fino al 1966 e produce i volumi del Levi su Festòs e la civiltà minoica pubblicati tra il 1976 ed il 1988. Dal 1977 ad oggi Festòs viene ristudiata da Vincenzo La Rosa, che vi ha praticato numerosi saggi di scavo.

Efestia

Tra il 16 agosto e il 5 ottobre 1925 Alessandro Della Seta, allora Direttore della Scuola, da inizio alla prima campagna di scavo nella città antica di Hephaestia, posta sulla costa settentrionale dell’isola, dominante la fertile metà orientale del territorio lemnio, abbandonata nel XII secolo a causa dell’interramento del porto: “delle due città, inaccessibile Mirrina su cui gravano le case di Castro... ci attendeva, sulla costa settentrionale Efestia, libera sotto i magri campi...

Fu scoperta e parzialmente esplorata la necropoli tirrenica e, nell’area della città, dei saggi portarono all’individuazione della basilica presso il porto e di un edificio a peristilio di epoca romana.

L’anno successivo il Della Seta prosegue lo scavo della necropoli e rinviene il complesso termale con piccole vasche in terracotta.

Nel 1928, mentre Domenico Mustilli continua l’indagine della necropoli tirrenica, due nuovi allievi, Achille Adriani e Giacomo Caputo, nell’area della città, iniziano lo scavo di un esteso quartiere con varie fasi edilizie costituito da edifici con pianta a megaron disposti lungo una strada lastricata e quello di una struttura arcaica poi obliterata dalla cavea del più tardo teatro ellenistico-romano. E mentre la necropoli continuava ostinatamente a negare al Della Seta qualsiasi documento simile alla stele funeraria di Kaminia -uno dei suoi principali intendimenti era infatti quello di contestualizzare la stele che tanto aveva fatto discutere- ecco che la scoperta di alcuni frammenti di vasi, provenienti dalla struttura arcaica individuata a ridosso della cavea del teatro, decorati con figurazioni di carattere chiaramente non greco veniva a togliere “dal suo isolamento il tipo così singolare e non greco del guerriero della stele di Kaminia. E dal suo isolamento come documento epigrafico l’hanno tolta altri ritrovamenti del medesimo edificio con brevi iscrizioni incise o dipinte che sono di lingua non greca e presentano lo stesso alfabeto della stele di Kaminia”, scriveva negli Atti della Scuola del 1927-29 il Della Seta.

Nella campagna del 1929 l’esplorazione proseguì anche nel quartiere di abitazioni e, a Nord, di quest’ultimo, Magi e Caputo scoprirono parte di un’area sacra tirrenica con una ricchissima stipe votiva: “in una stanza rettangolare in parte lastricata con grosse lastre di tufo si sono scoperti un idolo in terracotta, una lampada in marmo pario, dei vasi conficcati nel terreno forse per ricevere il liquido delle libazioni o il sangue dei sacrifici...

Nel 1930 furono completati dall’Adriani lo scavo del preteso quartiere arcaico e quello del santuario tirrenico scoperto l’anno precedente; furono inoltre condotti anche alcuni saggi nell’area della città: uno, a poca distanza a Nord-Est del santuario, restituiva tre vani, di cui uno con focolare, e materiale di carattere votivo (frammenti di sirene); un secondo portava alla scoperta di una torre della cinta muraria occidentale che sbarrava il basso istmo; un terzo metteva in luce una delle scalette di accesso e qualche sedile in poros della cavea del teatro.

Nel 1937 si ebbe, con gli allievi Giovanni Becatti e Silvio Accame, una breve ripresa dei lavori che portarono allo scavo del teatro e all’ampliamento di quello intorno all’impianto termale; dopo l’allontanamento di Alessandro Della Seta, sotto la direzione di Guido Libertini nel 1939 fu ripreso dallo stesso lo scavo del teatro.

Poi un lungo silenzio scese sulla città. A ricordare quanto scoperto rimaneva solo la splendida sintesi del 1937 del Della Seta sull’arte tirrenica, in cui venivano esposte alcune caratteristiche peculiari della civiltà tirrenica rilevata dagli scavi di Efestia, a cui seguirà nel 1942 la pubblicazione della necropoli tirrenica curata dal Mustilli; inedite rimanevano tutte le altre scoperte fatte nella città, i cui materiali sono attualmente in parte esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Atene e nel grazioso Museo di Myrina.

Solo nel 1978 in vista della pubblicazione dei vecchi scavi, in specie quelli del 1929-1930 dell’importante santuario arcaico della città e delle abitazioni della Efestia pre-ateniese, Luigi Beschi e Gaetano Messineo riaffondarono il piccone nella terra di Efestia, dove, dopo aver riportato alla luce le strutture rinvenute nel 1929-1930 ancora superstiti, venne aperta una trincea che collegava le estremità dei due settori di scavo.

Le ricerche, proseguite fino al 1984, portarono alla scoperta di un nuovo edificio di culto, presso il santuario messo in luce nel 1929, e di un quartiere di età ellenistica che ha restituito tre forni adibiti soprattutto alla produzione di coppe “megaresi”.

E’ verosimile che lo hieron individuato e messo in luce negli anni ’80 costituisse il cuore del santuario tirrenico di VII secolo a.C., che doveva occupare tutta la balza. Si può ancor oggi vedere il lungo ambiente a pianta rettangolare, probabilmente scoperto, con ingresso su uno dei lati corti preceduto da un vestibolo tra brevi ante.

Nella pulizia di un pozzo del santuario scoperto nel 1929 sono stati rinvenuti, in uno strato di distruzione, i resti di uno scheletro umano, presso il cui cranio si trovava una punta di lancia di ferro. L’abbondante materiale ceramico tuttto dell’avanzato VI secolo a.C. induce a mettere tale distruzione in connessione con i noti eventi bellici che investono Lemno alla fine del VI secolo a.C.: la spedizione persiana di Otane nel 512 a.C. e l’occupazione ateniese nel 499 a.C. Il recupero di questo scheletro, dato l’uso corrente dell’incinerazione presso i Tirreni, resta un unicum.

Durante l’ultimo decennio del 1900, Efestia è stato oggetto soprattutto di lavori di restauro e di consolidamento delle strutture in vista.

Le intense ricerche degli anni 1926-1930, 1937 e 1939, e 1978-1979 non avevano consentito di riconoscere l’impianto urbanistico della città, questo è attualmente l’obiettivo delle nuove campagne di scavo, dirette da Emanuele Greco, attuale Direttore della Scuola, iniziate nel nuovo millennio.

Sibari

Progetto Sibari-Thuri-Copiae

La SAIA ha iniziato le ricerche a Sibari nel 2004 in continuità con il progetto avviato da Emanuele Greco in collaborazione con Silvana Luppino nel quadro di una collaborazione tra Università di Napoli “Orientale” e Soprintendenza Archeologica della Calabria messo a punto subito dopo lo svolgimento del XXXII Convegno di Studi sulla Magna Grecia a Taranto del 1992. Il  progetto unitamente ai risultati dei primi saggi di scavo (1992-1999) fu presentato in E.Greco - S.Luppino et alii, Ricerche sulla Topografia e sull’Urbanistica di Sibari-Thuri-Copiae in ‘AION ArchStAnt’ n.s.6, 1999, 115-164. Scopo principale del programma era l’indagine sulla pianta di Thuri e le sue successive trasformazioni, dalla deduzione della colonia latina di Copiae nel 194 a.C. fino all’abbandono, senza disdegnare approfondimenti, lì dove la situazione lo rendesse possibile, per attingere gli strati arcaici relativi alla vita di Sibari (fine VIII-fine VI sec. a.C.).

Nel 2004, in seguito alla stipula di una convenzione tra la SAIA e la Soprintendenza archeologica della Calabria, si passava ad una fase nuova con l’esplorazione sistematica dell’area nota con il toponimo di  ‘Casa Bianca’ solo parzialmente indagata nella prima metà degli anni ’70. Il progetto prevedeva da un lato la individuazione della più orientale delle plateiai di Thuri dall’altro lo scavo estensivo di un complesso monumentale annunciato dalla parziale scoperta di un propylon monumentale con basi di colonne ioniche.

Lo scavo di Casa Bianca sotto la direzione del prof. E. Greco, in qualità di direttore della SAIA, si è svolto dal 2004 al 2015 (con la sola eccezione del 2008) ed ha comportato la scoperta di un grande santuario databile al I sec. d.C. consacrato alle divinità orientali (si veda la dedica ad Iside su una tabella bronzea della fine di I sec. d.C.). Ma non solo: l’esplorazione in profondità ha consentito la messa in luce di una fase tardo repubblicana dello stesso complesso (ma con architetture molto differenti) al di sotto della quale si cominciano ad intravvedere strutture di un complesso sacro di età classica che tra l’altro reimpiegava elementi architettonici di età arcaica. Si tratta, insomma, di una delle più spettacolari stratigrafie che si possano oggi osservare in Magna Grecia.

I risultati delle ricerche sono ora pubblicati in E.Greco, S.Luppino et alii, Sibari 2004, in “ASAtene” LXXXII, s.III,4, t.II. 2004 (2006) 823-840 ed in  E.Greco ( a cura di) Il Santuario delle divinità orientali e i suoi predecessori  (Sibari-Casa Bianca): scavi 2007, 2009-2012 in “ASAtene LXXXIX, s.III, 11, tomo II, 2011 (2012), 1-337. Ulteriori approfondimenti sugli aspetti storico-religiosi di questa straordinaria scoperta in E. Greco-V.Gasparini, Il Santuario di Sibari-Casa Bianca in L.Bricault-R.Veyniers (eds.) Bibliotheca Isiaca III, Bordeaux 2014, 55-72. Per un bilancio delle più recenti conoscenze sull’archeologia sibarita e thurina si veda E.Greco, Su alcuni aspetti di una possibile storia archeologica di Sibari e Thuri in G.Andreassi, A.Cocchiaro, A.Dell’Aglio (eds.) Vetustis novitatem dare, ‘Studi Maruggi’, Taranto 2013, 73-80; su Copia v. S.Marino, Copia/Thurii. Aspetti topografici e urbanistici di una città romana della Magna Grecia, ‘Tekmeria 14’, Paestum/Atene 2010.